Messaggio di una Befana disoccupata

befana, epifania

Bello e significativo questo racconto breve dell’amica Rosa Rivelli, per grandi e piccini, contro i pregiudizi e l’indifferenza della gente.

Son partita baldanzosa dalle nuvole e mi sono ritrovata tra cupe nubi.

Quello che ho visto nelle case dei bambini e delle bambine non mi è piaciuto.

Camini spenti dispense vuote cuscini muti. Calze bucate che non potevano trattenere intenzioni di doni, gli ultimi desideri nelle ca…rceri e nei lagher per migranti.

Paura di non farcela.

Soffi di calore coraggioso ho provato a lasciare nei corpi dei bambini migranti in cerca di umanità.

Altri, ho saputo, non mi hanno potuta attendere. Giacciono freddi e dimenticati nei mari dei respingimenti.

Non mi sono arresa e mi sono diretta, pensosa, verso un campo che si addormentava sulle note estreme di un violino zigano. Mi hanno fermata degli omoni vestiti di nero. Continuavano a urlarmi sporca clandestina. E’ una parola nuova? Io non ho capito e loro non capivano che sono solo la Befana di sempre.

Mi sarebbe piaciuto trattenermi un po’ con quei bambini con il naso e la pelle arrossati dal freddo, le braccia strette strette intorno al cuore per trattenere calore. Svelavano lampi di vita che vuole vivere e spiavano speranzosi dietro i vetri affumicati di una malinconica roulotte.

A nulla son valse le mie suppliche.

Non ho trovato neppure le mie amiche più affezionate, Brenda e le altre. Sono delle sognatrici strane ma tanto generose. Mi hanno sempre aspettata per un giro di ballo. Chissà dove si sono nascoste.

Mentre volavo sulla mia scopa delusa ho visto su un tetto alzarsi d’improvviso pugni e braccia affaticate. Son scesa stupita. Ma che fanno di notte sui tetti? Giocano d’inverno a fare i gatti innamorati o è solo festa per me?

Macché!

Mi hanno raccontato che adesso per salvare gli ultimi brandelli di dignità bisogna salire sui tetti e aggrapparsi forte ad un raggio di luna per non essere spazzati via da un vento maligno.

Le fabbriche sono chiuse e il lavoro adesso si difende così. Neppure a loro ho potuto lasciare un regalo.

Le mani, ferite, impegnate a contrastare bufere. Me ne sono andata più triste che mai e mi è anche passata la voglia di proseguire. Neppure cenere e carbone per il signore e i suoi servitori, delle ville graziole o graziose (boh non mi ricordo come si chiamano) ho voluto lasciare.

Pensateci voi a far questo regalo, se ne avete la forza. Io non so neppure se l’anno prossimo torno. Ho più di 65 anni, forse posso andare in pensione… Forse. Ah mi raccomando fiumi di cenere nera per chi ha inventato l’insulto della parola clandestina.

Rosa Rivelli

Già pubblicato qualche anno fa sul blog LucaniArt Magazine.

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